Tratta da "San Cesario paese dell'acqua" - AA.VV. ed. il Fiorino
Parco
Villa Boschetti
A chi ha interesse per la natura capita
con una certa frequenza di pensare ad ambienti inviolati, vergini:
quando dalle nostre colline, nelle giornate giuste, riusciamo a
stendere lo sguardo sulla pianura e vediamo paesi, insediamenti
produttivi, città, colture geometriche, è normale
ritornare all’immane foresta primigenia, alle sconfinate paludi,
ai corsi d’acqua lenti e tortuosi, alle reti alimentari senza
limiti, a un universo verde ridondante di energia che solo eventi
climatici e stanchezza (o aggressività) genetica potevano
modificare. Non è rimasto nulla di quel mondo che ignorava
l’uomo. Gli alberi, le erbe, gli animali, di cui non possiamo
fare a meno, sono però ancora presenti: emarginati, a volte
spersonalizzati, a volte pure strutture fisiche, ma comunque ancora
qui, assieme a noi e alle nostre derivazioni artificiali. Nei
parchi storici, presenze puntiformi nella nostra pianura, si
percepisce il sentimento della natura, si sugge il profumo del
bosco, si soddisfa la prefigurazione infantile della grandiosità
vegetale. E si dimentica al primo sguardo l’artificialità
degli impianti. A San Cesario, nello spazio di poche centinaia di
metri quadrati, convivono la basilica romanica, villa Boschetti, di
mora nobiliare del XVIII sec., e il Parco attiguo, anch’esso di
origine settecentesca. Nato come giardino all’italiana, il Parco,
in seguito a vari interventi, è divenuto nel tempo più
simile a un giardino romantico all’inglese. Ma queste sono solo
etichette riduttive, anche se utili in un’analisi storica: quando
si supera cancello esterno e si viene improvvisamente a contatto
con i contrasti mobili di luci e ombre, poi si guarda in alto a
cercare la volta globosa dei primi platani dopo averne seguito con
stupore i titanici tronchi screziati, pensi di essere arrivato in
un bosco antico, dove gli alberi - patriarchi dominano la
popolazione vegetale meno autorevole. All’inizio non ti curi di
verificare se il bosco è com-posto da specie autoctone o da
esotismi, poi, seguendo un percorso ideale all’interno della
parte storica del Parco (esiste anche un’area di recente
piantumazione, scopri vetuste farnie e poderosi frassini, essenze
tipiche della scomparsa foresta planiziale, e alcuni grandi aceri
campestri, presenze un tempo familiari nelle “piantate”. I
grandi alberi, i vecchi alberi sono con-domini ambiti da una grande
varietà (e quantità) di animali: ciascuno di essi può
essere considerato un ecosistema completo in cui si sviluppano
numerose catene alimentari, con partenza dagli invertebrati
fitofagi e arrivo ai predatori. Come in un autentico bosco nel
Parco dobbiamo soffermarci su organismi non vistosi ma fondamentali
per la vitalità dell’ecosistema: i funghi, instancabili
decompositori, dispensatori di nuova energia, e i licheni, pionieri
delle cortecce e delle rocce, i più sensibili indicatori
biologici del mondo naturale. E come un autentico bosco il Parco
offre suggestioni e colori diversi e inaspettati in ogni momento
del giorno, in ogni stagione dell’anno: dall’inverno, quan-do
il cielo, azzurro intenso o bianco perlaceo, penetra deciso fra i
rami nudi a illuminare il terreno humoso, alla primavera, sospinta
dal verde tenero e veloce; dall’estate, quando le chiome dense
re-spingono la calura violenta e l’aggressività
dell’asfalto, all’autunno, col suo sole radente che esalta la
decadenza dorata del fogliame.
Enzo Cavani
Il
territorio di San Cesario si è formato dall’azione
alluvionale del Fiume Panaro, un tempo ricchissimo di rami che si
dipartivano dal suo alveo per allargarsi in fitti e numerosi rivoli
d’acqua e canali che alimentavano paludi popolate di ogni specie
di uccelli. Antichi cronisti romani descrivono questo nostro
ambiente coperto da impenetrabili foreste ricche di selvaggina. Le
specie dominanti come la quercia, il frassino, il carpino, venivano
utilizzate con materiale da opera in quantità massicce sia
in campo militare che edilizio. Nel tempo il pascolo del suino
alimenta la necessità di disporre di terreni aperti via via
l’agricoltura si fece spazio fino ad avere la meglio sul grande
manto vegetale che si estendeva lungo la nostra pianura. La farnia,
essendo una pianta fra le più esigenti di acqua, mantenne il
possesso delle zone più fresche lungo i corsi d’acqua ove
ancora oggi domina con la sua austera presenza. Una recente
indagine tesa a conoscere l’entità della nostra
popolazione vegetale di pregio S.Cesario, ha consentito di
annoverare ben 273 alberi fra i quali sette grandi monumenti della
natura. La Regione Emilia Romagna ne ha decretato il vincolo come
piante di interesse regionale. Un grande pioppo è presente
all’imbocco di Via S.Gaetano a nido di un suggestivo edificio
diroccato, solo portandosi accanto al suo possente tronco e
volgendo lo sguardo verso l’alto, si può ammirare la mole,
la bellezza, l’integrità secolare. Le querce del Canal
torbido due veri e propri giganti che forse ci danno l’idea di
come potesse essere la natura di un tempo intorno a noi sono vicini
dei popoli nordici. Solitaria, protesa fino a terra, integra in
ogni sua parte, si staglia ogni sera contro il disco rosso del
sole, la quercia di Via Pioppe, che domina un vasto tratto di
terreno fino alla riva destra del Panaro. Osservando questa
splendida pianta al tramonto, il sole ne confonde l’immagine con
mille giochi e riflessi di luce mentre si immerge lontano fra i
meandri del fiume.Verde cupo durante l’estate, dorata in autunno,
nera dei suoi rami in inverno, perennemente puntuale e mutevole ad
ogni stagione. Le querce di Via Verdi ormai completamente chiuso
fra il quartiere Verdi e l’Autostrada del Sole,sopravvive un
filare di querce, custodi e testimoni di un passato di grandi
tradizioni contadine, di vicende, di feste, di ricordi, consumati
sotto alberi da sempre grandi e senza età, generosi di ombra
e di legno per il fuoco. Alla quercia più grande sono ancora
appesi e ordinati gli attrezzi di un vecchio caparbio che non si
arrende al mutare del suo tempo.
Fabrizio Manfredi
LE CONIDE DEL FIUME PANARO
La conoide
del fiume Panaro, nel suo complesso, risulta dalla sovrapposizione
di più conoidi di diversa età ed è appoggiata
su formazioni marine impermeabili. Da Vignola a S. Cesario s.p. è
costituita quasi esclusivamente da ghiaie con matrici variamente
sabbioso-limose (conoide apicale); più a nord compaiono
intercalazioni limo-argillose, che da sud a nord, sino poco oltre
Manzolino, si fanno sempre più consistenti (conoide
intermedia e distale): oltre tale località le ghiaie
scompaiono e sono sostituite da sabbie in sottili livelli entro
terreni limo-argillosi prevalenti (piana alluvionale). Lo spessore
dei materiali alluvionali è di qualche metro o decine di
metri a Vignola, dove però nell’incisione erosiva
dell’alveo del fiume il substrato impermeabile affiora; a
Spilamberto è di circa 100 m, a S. Cesario di 150 m, a
Castelfranco E. di 200 m, a Manzolino (q. 30 m) di oltre 250
metri.
Giorgio Gasparini
I Laghi di
Sant'Anna
Lungo la sponda destra del fiume Panaro, in
località S.Anna, si trovano alcuni laghetti che
costituiscono una delle zone umide più interessanti della
provincia. Questi laghi, di origine recente, sono il risultato
dell’escavazione della ghiaia avvenuta per anni lungo il corso
del fiume e si sono formati a causa della presenza di falde
nell’area sottostante ad essi. Percorrendo il lungofiume in
direzione nord, oltrepassata l’Autostrada Al, in località
San Gaetano, si incontrano dapprima i cosiddetti “laghetti di
S.Anna”, cinque laghi con acque profonde e pulite;
successivamente, percorso poco più di un chilometro,
all’interno delle Casse di espansione vi sono altri laghi ed
acquitrini che, a causa delle periodiche inondazioni sono destinati
a riempirsi in breve tempo di fango e vegetazione. La zona, bella e
varia in tutte le stagioni, è un’occasione per fare una
passeggiata o un giro in bicicletta tra il verde, con buone
probabilità, anzi con la certezza, di vedere numerosi
uccelli. Vale la pena ricordare che nell’area sono state censite
oltre 180 specie diverse di uccelli, e che è inoltre molto
elevata la presenza di specie migratorie, in quanto la zona si
trova sulla principale rotta che gli uccelli del Nord Europa
percorrono per andare a svernare in Africa. In mezzo ai laghi,
spesso vicino agl isolotti, si possono ammirare Germani reali,
Folaghe, Moriglioni ed altre anatre che nuotano beatamente, che
infilano il collo sott’acqua in cerca di cibo o che semplicemente
si riposano dopo un lungo volo. Se l’inverno poi è stato
particolarmente favorevole e caldo, si possono osservare anche
alcuni esemplari di Svasso maggiore rimasti a svernare e, con un
po’ di fortuna, già da fine febbraio vederli danzare
durante il corteggiamento. Il maschio e la femmina, dopo essersi
tuffati, emergono portando nel becco un ciuffo di vegetazione
acquatica e si fronteggiano nella caratteristica “danza del
Pinguino” (ritti sul pelo dell’acqua, scuotono il capo con
movimenti rituali emettendo suoni rochi e si scambiano un ciuffo di
alghe). Nella stessa zona, lungo il fiume, soprattutto nella
stagione estiva, quando nelle anse cresce un’abbondante
vegetazione e la vita acquatica si fa intensa, è facile
osservare l’Airone cinerino, la Garzetta e la Nitticora intenti a
pescare rane e pesci. Lungo il greto poi, non è impossibile
incontrare il Corriere piccolo mentre cova le sue uova, ben
nascoste fra i ciottoli. Vi sono anche numerose specie di uccelli
(il Tarabusino, il Pendolino, l’Usignolo ecc.) di cui sentiamo il
verso, ma mimetizzati fra la vegetazione, sono più difficili
da vedere. Tra i mammiferi facili da osservare c’è la
Nutria, un grosso “topone”, una volta allevato per la
pelliccia, che sta causando non pochi problemi all’ambiente non
avendo nemici naturali in grado di controllarne il numero. Le
Nutrie disturbano gli uccelli acquatici durante la nidificazione e
la cova, limitandone la riproduzione e inoltre, scavando gallerie
lungo le rive dei laghi e del fiume, le rendono più esposte
all’erosione. Nella stretta striscia di terra che si trova fra il
fiume e i laghetti si è ormai sviluppato un fitto ed alto
bosco igrofilo, costituito per lo più da associazioni di
Pioppo nero e Salice bianco con un sottobosco arbustivo di Sambuco
e Smorfia. Verso aprile/maggio si può godere della profumata
fioritura delle Robinie che, pur essendo un po’ infestanti ed
invadenti, contribuiscono comunque ad abbellire l’ambiente. Come
un po’ ovunque, anche qui il delicato equilibrio del territorio è
minacciato da inquinamento delle acque e da sconsiderati interventi
dell’uomo: ci auguriamo un intervento di tutela che permetta a
noi, a tutti i ragazzi dopo di noi e a tutti gli amanti della
natura, di godere a lungo di queste bellezze naturali. Classe 2' D
Scuola media “A.Pacinotti” anno scolastico 1998/99