Tratta da "San Cesario paese dell'acqua" - AA.VV. ed. il Fiorino
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Che il territorio di S.Cesario sia stato abitato fin dalle più lontane epoche preistoriche è testimoniato dai numerosi ritrovamenti archeologici che si sono susseguiti nel corso degli anni: indubbiamente il clima favorevole, la presenza del fiume Panaro, la possibilità di coltivare hanno da sempre richiamato insediamenti umani. Il rinvenimento di resti di capanne di età neolitica, di una necropoli eneolitica, di un villaggio terramaricolo, di reperti della cultura villanoviana e della civiltà etrusca, di monete e tombe galliche, di fondamenta di ville romane e infine di pozzi ripostiglio del tardo impero romano, stanno a dimostrare la presenza continua dell’uomo dal 5º o 6º millennio a.C. al 4º o 5º secolo d.C., anche se si tratta di insediamenti sparsi nella campagna, resa particolarmente fertile e produttiva in seguito alla centuriazione romana.
Nel secolo 5º, in seguito alle invasioni barbariche di cui sono una efficace testimonianza i pozzi ripostiglio nei quali i solerti agricoltori nascondevano i loro poveri “tesori” prima della loro fuga senza ritorno, i campi furono abbandonati e il terreno presto fu invaso da selve e paludi e si ridusse drasticamente la presenza umana.
Il primo toponimo legato al territorio è Vilzacara, probabile deformazione del latino “villa cacciaria” e viene citato in un documento nonantolano dell’anno 752 con cui il re longobardo Astolfo concede ai monaci dell’Abbazia benedettina appena costituitasi, il diritto di passaggio attraverso la “selva di Vilzacara” situata a sud dei loro possedimenti.
Nell’anno 825, quando ai Longobardi sono subentrati i Franchi, tutta la selva viene donata dall’imperatore Lotario all’abbazia di Nonantola. Da notare però che da questo momento in poi, non si parla più solo di selva, ma di “corte” di Vilzacara, cioè luogo abitato da una comunità (forse già col suo luogo di culto); tale corte non fa parte della concessione di Lotario.
È proprio attraversando la selva di Vilzacara che l’8 luglio dell’anno 885 muore all’improvviso il papa Adriano III che sta recandosi alla dieta di Worms, per incontrare l’imperatore Carlo il Grosso, percorrendo l’unica via agibile del luogo (corrispondente all’attuale via Viazza). Ricoverato morente presso l’ospizio di S.Alberga (attuale località S.Bernardino) viene poi trasportato all’Abbazia di Nonantola dove tuttora è sepolto e venerato.
Nell’anno 1034 anche la corte di Vilzacara, dopo che nel 945 il marchese Berengario, futuro re d’Italia, l’aveva donata al suo vassallo Riprando, in seguito a scambi entra a far parte dei vasti possedimenti dei benedettini di Nonantola che sicuramente estendono anche qui la loro preziosa opera di bonifica e coltivazione del territorio.
È a questo periodo che si fa risalire la costruzione della grandiosa basilica romanica, sulla base di un preesistente luogo di culto, a testimoniare l’accresciuta importanza della comunità.
Nei complessi rapporti giuridici e sociali del Medioevo si inserisce a questo punto la straordinaria figura di Matilde di Canossa, la quale, con un importante atto del 1112 fa sì che la corte e selva di Vilzacara sia sottratta ai monaci nonantolani per passare in gestione della chiesa locale, che è stata dedicata al martire Cesario (è per questo motivo che dopo il mille scompare gradualmente il toponimo Vilzacara sostituito da S.Cesario); nella chiesa introduce i canonici regolari, provenienti da Modena. Nell’atto di donazione, confermata nell’anno 1115, Matilde indica dettagliatamente i confini della corte, sottolineando in particolare il valore dell’acqua dello Scoltenna che, precisa “tota mea est”.
Ai monaci dell’Abbazia benedettina appena costituitasi, il diritto di passaggio attraverso la “selva di Vilzacara” situata a sud dei loro possedimenti.
Nell’anno 825, quando ai Longobardi sono subentrati i Franchi, tutta la selva viene donata dall’imperatore Lotario all’abbazia di Nonantola. Da notare però che da questo momento in poi, non si parla più solo di selva, ma di “corte” di Vilzacara, cioè luogo abitato da una comunità (forse già col suo luogo di culto); tale corte non fa parte della concessione di Lotario.
È proprio attraversando la selva di Vilzacara che l’8 luglio dell’anno 885 muore all’improvviso il papa Adriano III che sta recandosi alla dieta di Worms, per incontrare l’imperatore Carlo il Grosso, percorrendo l’unica via agibile del luogo (corrispondente all’attuale via Viazza). Ricoverato morente presso l’ospizio di S.Alberga (attuale località S.Bernardino) viene poi trasportato all’Abbazia di Nonantola dove tuttora è sepolto e venerato.
Nell’anno 1034 anche la corte di Vilzacara, dopo che nel 945 il marchese Berengario, futuro Re d’Italia, l’aveva donata al suo vassallo Riprando, in seguito a scambi entra a far parte dei vasti possedimenti dei benedettini di Nonantola che sicuramente estendono anche qui la loro preziosa opera di bonifica e coltivazione del territorio.
È a questo periodo che si fa risalire la costruzione della grandiosa basilica romanica, sulla base di un preesistente luogo di culto, a testimoniare l’accresciuta importanza della comunità.
Nei complessi rapporti giuridici e sociali del Medioevo si inserisce a questo punto la straordinaria figura di Matilde di Canossa, la quale, con un importante atto del 1112 fa sì che la corte e selva di Vilzacara sia sottratta ai monaci nonantolani per passare in gestione della chiesa locale, che è stata dedicata al martire Cesario (è per questo motivo che dopo il mille scompare gradualmente il toponimo Vilzacara sostituito da S.Cesario); nella chiesa introduce i canonici regolari, provenienti da Modena. Nell’atto di donazione, confermata nell’anno 1115, Matilde indica dettagliatamente i confini della corte, sottolineando in particolare il valore dell’acqua dello Scoltenna che, precisa “tota mea est”
Nel corso dei secoli 12º e 13º la corte di S.Cesario viene coinvolta nelle lotte di confine fra i due Comuni rivali di Modena ghibellina e filoimperiale e Bologna guelfa e filopapale; S.Cesario è l’avamposto modenese e pertanto dall’anno 1190 diventa un “castello” cioè un borgo fortificato racchiuso da un profondo fossato circondato da terrapieni sormontati da palizzate di legno.
I Bolognesi dal canto loro fronteggiano S.Cesario con i “castelli” analoghi di Piumazzo e di Castelfranco.
Tutto il territorio, seguendo la sorte di altri centri di confine, è teatro di sanguinose battaglie che lo rendono di nuovo desolato e disabitato, tanto che si legge in una cronaca modenese che «omnes homines aut mortui sunt, aut inde aufugerunt» (tutti gli uomini erano morti o erano fuggiti da lì).
Con la battaglia di Zappolino nel 1325, senza che ci sia un vero vincitore, si concludono le guerre di confine poiché si va affermando nella città una istituzione nuova: la signoria.
Nell’anno 1367 inizia per S.Cesario una nuova fase della storia; col permesso degli Estensi, signori di Modena e Ferrara, prendono possesso del luogo il capitano Albertino Boschetti, distintosi come esperto soldato che inizia l’opera di ricostruzione. Non si tratta ancora di una investitura ufficiale, che avverrà nell’anno 1404 per concessione ecclesiastica (il territorio infatti apparteneva ancora di diritto alla Chiesa e quindi al Papa) da parte del cardinale Cossa, ma i Boschetti sollecitano una investitura ufficiale anche da parte degli Estensi, a cui prestano servizio come capitani, cosa che avvenne nell’anno 1446 quando il duca Leonello d’Este eleva in Contea S.Cesario concedendone la giurisdizione ad Albertino III e ai suoi discendenti “con le ville e i terreni adiacenti”, con tutti i diritti e facoltà proprie delle investiture dell’epoca.
Forti di questa doppia investitura i Boschetti possono affrontare il lungo contenzioso che nel frattempo si è aperto con i benedettini di S.Pietro di Modena che si ritengono gli unici beneficiari del luogo e rivendicano il possesso delle terre. Arriveranno comunque ad accordi abbastanza soddisfacenti per entrambi.
I Boschetti manterranno la giurisdizione su S.Cesario fino all’anno 1796 quando le nuove leggi napoleoniche aboliranno tutti i diritti feudali. Continueranno tuttavia anche dopo a mantenere il possesso di molte terre e della loro residenza. Nel 1860 S.Cesario diventa un Comune del Regno d’Italia.
A partire dal 1368 S. Cesario aveva assunto un nuovo e originale aspetto di cui rimangono ancora oggi le tracce.
Tutto il paese è diviso in tre parti: la rocca, il castello, il borgo.
La rocca, di forma rettangolare era circondata da un muro dello spessore di un metro e da ampio fossato. Aveva negli angoli una torre e una quinta torre più.
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